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giovedì, 25 dicembre 2008

IL MONDO E' PICCOLO (E Google E' GRANDE)

Books.google.com contiene la scansione di centinaia di migliaia di libri e riviste.

Compresi, per esempio, i Commentari dell’Ateneo di Brescia o le Memorie Storiche della Diocesi di Brescia, possedute da università sparse per gli Stati Uniti, evidentemente più interessate di quelle patrie.

Questo ricchissimo materiale costituisce un’immensa banca dati, nella quale si possono effettuare ricerche per “parola chiave”.

 

Una volta scoperto il nuovo gioco, non ho resistito alla tentazione di digitare il nome del criminale di cui da tempo cerco di ricostruire la vita, Giovanni Maria Borni .

La cosa più curiosa che ne ho ricavato è il richiamo ad un volume pubblicato un secolo fa a cura del Partito Liberale degli Stati Uniti.

Il libro raccoglie il resoconto della partecipazione del suo Presidente – tale J.B. Wilson - al Primo Congresso Internazionale del Libero Pensiero, tenuto a Roma tra il 21 e il 24 settembre 1904.

Spesato dal Partito, Wilson ne approfittò per fare un viaggio di dieci settimane in Italia.

Fra le tappe, ovviamente Venezia, in cui l'autore visitò il Palazzo Ducale e le prigioni c.d. dei Pozzi.

Qui Wilson lesse molte iscrizioni lasciate dai prigionieri, ma una lo colpì:

 

“1775, Giovanni Maria Borni fu recluso molto ingiustamente in questa prigione: se Dio non lo aiuterà, sarà l’estrema disperazione per una povera, numerosa e onesta famiglia”.

 

L’iscrizione, se è stata trascritta correttamente, rappresenta un piccolo giallo.

Dagli atti del processo, sappiamo che Giovanni Maria Borni fu recluso a Venezia nel 1795, non nel 1775.

Però sappiamo anche che da adolescente egli aveva vissuto per alcuni mesi a Venezia come garzone, e non sono note le ragioni del suo ritorno a Brescia. Che si fosse già messo nei guai a quell’età?

 

Certo è che vent’anni dopo, nel 1795, la famiglia formata dal Borni non era particolarmente numerosa (la moglie e due figli), né particolarmente indigente.

Dagli atti del processo sappiamo anche che il Borni aveva fama di ateismo.

Perciò l’invocazione a Dio è curiosa.

Wilson – da buon alfiere del libero pensiero – commenta con ironia questa invocazione: “non risulta che Dio lo abbia aiutato”.

Noi però sappiamo che lo aiutò Napoleone.

Nel 1797, infatti, la caduta della Repubblica di Venezia assediata dai Francesi aprì a Giovanni Maria Borni le porte del carcere e di una “luminosa” carriera criminale.

postato da: Eccardo alle ore 19:40 | link | commenti (18)
categorie: storie locali
sabato, 06 dicembre 2008

CASI DELLA VITA

Un giorno si presenta un professore di educazione fisica (ovviamente in tuta).

Ha ricevuto una contestazione disciplinare per essere risultato assente ad una visita fiscale durante un periodo di malattia.

-          Lei dunque non era in casa?

-          No, c’ero.

-          Non ha sentito il campanello?

-          No, l’ho sentito.

-          E perché non ha aperto?

-          Sa, ero con una signora…

-          Ma la signora potrebbe testimoniarlo?

-          Beh, non è il caso: è una signora…

 

Un giorno si presenta un imprenditore.

Gli è stata appena notificata una sanzione amministrativa per avere aperto un esercizio commerciale senza le prescritte autorizzazioni.

-          Perché contesta la sanzione?

-          Io la contesto. Sta a lei trovare il motivo.

 

Un giorno si presenta un’anziana donna.

Vuole fare causa per accertare la falsificazione del testamento della madre da parte della sorella.

-          Vedo che lei aveva già intentato una causa a sua sorella per il testamento. Perché ha lasciato che il giudizio si estinguesse?

-          Perché durante la causa mia sorella è morta.

-          E perché non ha proseguito la causa nei confronti dei suoi eredi?

-          Perché poi è morto anche il mio avvocato.

postato da: Eccardo alle ore 21:04 | link | commenti (10)
categorie: diritto e rovescio
domenica, 16 novembre 2008

CATTIVI MAESTRI

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Chi si ricorda più della Scuola di Francoforte, quel covo di "cattivi maestri" del calibro di Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm?

Eppure qualcosa si muove.

Per esempio, Axel Honneth. L’attuale direttore dell’Istituto di ricerche sociali dell’Università di Francoforte sul Meno conduce da anni un'interessante indagine intorno al concetto di “riconoscimento”, a partire da una rilettura di Hegel.

L’ultimo frutto di questa attività di ricerca prende a pretesto le pagine di György Lukács sulla nozione di “reificazione”.

In Lukács la causa sociale della reificazione consisteva nella mercificazione indotta dal capitalismo ed estesa ad ogni rapporto sociale, fino a diventare una “seconda natura”, che precede (e limita) la sfera della libertà morale.

In Honneth la reificazione si configura come oblio del riconoscimento dell’altro (e di sé), come relazione oggettivata e oggettivante.

Honneth distingue due forme di reificazione. Nella prima “noi, realizzando una prassi, perseguiamo uno scopo particolare strettamente associato ad essa e lo facciamo in modo tanto energico e unilaterale da perdere l’attenzione per tutti gli altri motivi e scopi”.

La seconda forma di reificazione, invece, “non deriva da fattori interni, ma da fattori esterni all’azione. Una serie di schemi di pensiero influenza la nostra prassi, portando a un’interpretazione selettiva dei fatti sociali”.

Quindi Honneth introduce la nozione di “auto-reificazione”.

 

La letteratura odierna è piena di descrizioni di personalità umane prigioniere del cerchio dell’auto-osservazione o dedite con grande energia alla fabbricazione di motivazioni e bisogni strategicamente adattati. Questa tendenza si accompagna al declino progressivo della cultura psicoanalitica, che assegnava all’uomo il compito di entrare in rapporto esplorativo con sé stesso per tentare di esprimere le proprie finalità e non soltanto per osservarle o addirittura per manipolarle […]

Una tendenza all’autoreificazione insorge sempre allorché cominciamo a dimenticare questa anteriore auto-conferma, concependo i nostri vissuti psichici solo come oggetti da osservare o da produrre. E’ dunque evidente che le cause di queste disposizioni autoreificanti vanno cercate nelle pratiche sociali, che nel senso più largo sono legate all’autopresentazione dei soggetti […] I colloqui di lavoro, determinate prestazioni di servizio o gli appuntamenti organizzati sono i primi esempi che vengono in mente”.

 

Degna di nota è poi la seguente riflessione.

 Negli ultimi tre decenni la critica della società si è limitata essenzialmente a valutare l’ordine normativo delle società chiedendosi se esse si conformino a determinati principi di giustizia. Ma, nonostante tutti i successi nella fondazioni di questi standard e nonostante tutte le differenziazioni degli approcci adottati, essa ha perduto di vista il fatto che le società possono incorrere, sul piano normativo, in un fallimento diverso dalla violazione di principi di giustizia universalmente validi. […] Anche la deliberazione nella sfera pubblica democratica deve continuamente affrontare questioni e sfide che la costringono a chiedersi se certi sviluppi sociali possano essere, in generale, ritenuti desiderabili, al di là di qualsiasi valutazione espressa in termini di giustizia”.

postato da: Eccardo alle ore 21:29 | link | commenti (7)
categorie: la consolazione della filosofia
domenica, 02 novembre 2008

SPAZIO E TEMPO

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Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti.

Un piccolo film prezioso.

Girato nel 2005 con poche risorse, quasi assente dalle sale, si è lentamente conquistato un pubblico grazie al “passaparola” e a qualche buona recensione.

E’ la storia dell’incontro-scontro tra un villaggio spopolato delle alpi Occitane e un singolare immigrato, un ex insegnante francese datosi alla pastorizia.

Una storia raccontata con semplicità e con grazia, impreziosita da un’ottima fotografia.

 

Una storia che forse ci dice qualcosa del mondo in cui viviamo, il mondo “globale”.

Per gli abitanti del paese l’arrivo dell’immigrato non comporta un grande salto di spazio: Philippe viene solo dalla Francia, e della Francia questo paese del Piemonte conserva perfino reminescenze linguistiche (il dialetto occitano).

Il salto imposto dal nuovo arrivato è soprattutto temporale. Philippe fa un mestiere antico, un mestiere che ha contribuito a dare forma al paesaggio e alla società del villaggio. Un mestiere che oggi gli abitanti hanno dimenticato, o magari “rinnegato”.

Forse è questo che il film ci suggerisce. Forse il confronto a cui la globalizzazione ci obbliga non è solo declinato nello spazio, ma anche nel tempo. E forse è a questo livello che rispecchiarci nell’altro ci inquieta di più.

 

postato da: Eccardo alle ore 19:33 | link | commenti (15)
categorie: cine-visioni
domenica, 12 ottobre 2008

I PROZII FANNO LA STORIA

Da tempo sentivo parlare del rilancio del museo di cimeli di guerra del mio paese, e stamattina mi sono deciso a visitarlo.

Ci sono andato insieme ad un amico, che  ha messo a dura prova le mie poche nozioni di storia patria, tempestandomi di domande.

In particolare lui, da buon discendente di sudditi dello stato pontificio, guardando i tanti oggetti che testimoniavano della durezza della vita di trincea, non riusciva a spiegarsi tanta fatica spesa “solo” per Trento e Trieste. Come persuaderlo?

Io, nel frattempo, ero sempre più insospettito nello scoprire diverse immagini della Buonanima, collocate nei punti strategici delle stanze, come a vegliare su tutto quel “bellicume”.

Il sospetto si tramutò in imbarazzo quando scorsi un quadretto che rappresentava l’organigramma locale del Partito, con le varie facce incorniciate, a mo’ di cammei. In alto, sulla destra, tra i caporioni, campeggiava la faccia di un mio prozio.

“Acquisito”, mi dissi.

E mi tornò in mente il mio stupore di bambino quando, sfogliando un album di famiglia, vi trovai vecchie fotografie con cammelli e giovani grazie abissine.

Intanto l’amico mi raccontava del suo prozio, caduto nell’ultima guerra ma sepolto solo trent’anni fa, quando fu ritrovato il sommergibile che si era trasformato nella sua bara.

E io non potei fare a meno di indicare all'amico sulla vicina parete le immagini ingiallite della locale fabbrica militarizzata, in cui quel sommergibile era stato probabilmente costruito, a ottocento chilometri di distanza da casa sua.

 

Ma il vero colpo al cuore fu quando notai in una teca uno strano sacco di colore bianco, che recava stampata la sigla “Sold.” (soldato), seguita dal mio cognome e dalla mia iniziale.

Ohibò.

Alla mia richiesta di spiegazioni, il custode parlò di un soldato del paese che fu a lungo prigioniero in India. Quel sacco bianco, fornito dagli Alleati, era bastato a contenere tutti i suoi effetti personali.

Compresi così che si trattava di un ennesimo prozio. Non acquisito.

 

postato da: Eccardo alle ore 16:42 | link | commenti (8)
categorie: storie locali
sabato, 20 settembre 2008

IL PRIMO GIORNO D'INVERNO

Complice la dritta di FabioBa, alla rassegna “Venezia>Brescia” ho visto Il primo giorno d'inverno.

Spettatore n. 2400, come informava il regista Mirko Locatelli, intervenuto alla proiezione.

 

Tema: l’adolescenza come età della contraddizione.

La solitudine e il confronto con i pari. La fragilità e l’aggressività. L’esplosione sessuale e l’implosione emotiva.

Protagonista un ragazzo che, intorno al nodo (irrisolto) dell’omosessualità, si trasforma da vittima in carnefice - con una coerenza psicologica forse discutibile - per poi approdare ad un possibile equilibrio, appena tratteggiato nell’epilogo, un po’ scontato.

 

Ma al regista non interessa spiegare.

E infatti il film non convince chi vi si accosti alla ricerca di spiegazioni o – peggio – già con la propria spiegazione in tasca.

 

Il regista fa un’operazione più modesta, ma più preziosa.

Un’operazione che dovrebbe precedere ogni tentativo di spiegazione.

Il regista accompagna lo spettatore dentro all’universo del protagonista, senza la pretesa di decodificarlo (la prossimità come presupposto dell’ermeneutica?).

 

L’approccio non è mentale, ma fisico.

 

Prima di tutto, lo sguardo.

La cinepresa che si fissa sui corpi e sugli oggetti, sezionandoli con una spietatezza e con un’insistenza talvolta irritanti.

 

Poi l’udito.

Il rumore fastidioso dell’acqua nella piscina, il rombo assordante del motorino. Anch’essi continuamente ripetuti, in un ad libitum ben poco armonico.

 

Ma così è l’universo del protagonista.

Fisico, algido, coatto.

 

Un meccanismo inceppato.

Almeno fino alla deflagrazione finale.

La quale descrive un esito. Non indica un rimedio.

 

Insomma, “lasciate ogni spiegazione, voi ch’entrate”.

Ma tenete ben ferma la speranza.
postato da: Eccardo alle ore 16:41 | link | commenti (8)
categorie: cine-visioni
domenica, 22 giugno 2008

ISTRUZIONI SPIRITUALI

Le Istruzioni spirituali sono l’introduzione ideale al pensiero di Johannes Eckhart (1260ca. - 1328 ca.).

Noto come Maestro Eckhart, è il maggiore esponente della cosiddetta “mistica speculativa” cristiana.

Fiorita nel medioevo tedesco, la mistica speculativa, rifiutando esperienze e stati eccezionali, si propone come “vera” filosofia e, dunque, come “vera” religione.

 

Il breve trattato è disponibile nella raccolta dal titolo Dell’uomo nobile (Adelphi, 20043), curata da Marco Vannini , il maggiore studioso italiano di Eckhart.

Il volume contiene altri tre brevi trattati: Del distacco, Il libro della consolazione divina, Dell’uomo nobile.

Si tratta di quattro variazioni sul tema del “distacco” come condizione perché l’uomo raggiunga il fondo della propria anima e vi lasci penetrare lo Spirito. 

Sulla scorta del Vangelo di Giovanni e della mistica greca, Eckhart elabora una teologia negativa, in cui “Dio è un ente solo per i peccatori”.

 

A seguire alcuni passi.

 

 “Beati i poveri in ispirito”, ossia nella loro volontà… “Chi vuole seguirmi rinunci a se stesso”… Vigila dunque su di te, e non appena trovi te stesso, rinuncia al tuo io; questa è la cosa migliore che tu possa fare.

 

Quando l’angelo apparve alla vergine Maria, non fu ciò che ella disse o ciò che disse lui a renderla madre di Dio, fu piuttosto quando ella rinunciò alla propria volontà che divenne immediatamente vera madre del Verbo eterno e subito concepì Dio.

 

Dio non si dona mai e non si è mai donato a una volontà estranea. Egli non si dona che alla propria volontà. Dove Dio trova la sua propria volontà, là egli si dona e penetra con tutto quello che è. Più noi ci spogliamo di ciò che è nostro, più ci immettiamo nella volontà di Dio.

 

Ci rimane un’opera che è nostra e solamente nostra: l’annullamento di noi stessi…. Infatti su nient’altro è fondato il nostro essere se non sull’annullamento di noi stessi.

 

Il distacco è così vicino al nulla, che nulla è tanto sottile da poter trovare ricetto nel distacco, se non Dio solo.

 

Sappilo: essere vuoto di ogni creatura è essere pieno di Dio, ed essere pieno di ogni creatura è essere vuoto di Dio..

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postato da: Eccardo alle ore 16:17 | link | commenti (21)
categorie: epifanie, la consolazione della filosofia
domenica, 15 giugno 2008

TRIVENETO

Tutti sappiamo che la matematica non è un’opinione. Ma l’oggettività della geografia è più controversa.

E passo subito ad offrire un esempio di percezione soggettiva di un’area geografica.

 

Il Triveneto.

Tre regioni unificate dalla propaganda risorgimentale, che amava trovare analogie tra Venezia e le regioni “irredente”.

Ma forse la verità è che i  rapporti tra le tre regioni non sono "analogici". Sono, piuttosto, dialettici.

 

Il Veneto.

Fino a tutto il Settecento il Veneto è Venezia .

Una grande capitale aperta al mondo, dietro la quale si nascondeva un immenso retroterra che giunge fino a Bergamo: una campagna infinita, che tale rimase fino a buona parte del Novecento, che vedeva una regione ancora agricola, in cui tutti parlavano il dialetto come prima lingua e votavano disciplinati la DC.

Poi venne il c.d. Miracolo del Nordest, e, dopo secoli, i rapporti di forza si invertirono. L’entroterra veneto è diventato uno dei motori dello sviluppo industriale del Paese, mentre l’antica capitale si riduceva ad una specie di cartolina vivente (o morente).

Ma la metamorfosi è stata troppo rapida, e nel tessuto sociale si avvertono strappi tremendi: le cronache – anche recenti - ce lo confermano, con le loro storie di violenza.

 

Il Trentino-Alto Adige.

Ovvero il luogo di incontro (e talora di scontro) tra mondo mediterraneo e mondo tedesco.

E, insieme, il luogo della conservazione e dell’innovazione, della tradizione e dell’efficienza.

Un po’ l’antitesi del Veneto.

Se là uno sviluppo troppo veloce ha fatto “tabula rasa” del passato, qui il passato è un patrimonio bene amministrato.

 

Il Friuli Venezia-Giulia.

Ha qualcosa del Veneto e qualcosa del Trentino-Alto Adige.

Come il Veneto ha un capoluogo decentrato e decaduto, come il Trentino è luogo di incontro fra civiltà.

Curioso e complesso è il mix tra sviluppo e arretratezza, città e campagna, tradizione e modernità.

 

Insomma, se il Veneto è la tesi, e il Trentino l’antitesi, il Friuli Venezia Giulia potrebbe essere la sintesi.

“Potrebbe”. Perché la geografia è un’opinione.
postato da: Eccardo alle ore 06:35 | link | commenti (5)
categorie: genius loci
domenica, 08 giugno 2008

SENTIERI NEL GHIACCIO

Herzog

Grazie ad una dritta del Caporale, scopro che l’editore Guanda ha appena ripubblicato Sentieri nel ghiaccio del regista Werner Herzog, volumetto che da tempo risultava introvabile.

 

Così finalmente lo leggo. Vi trovo molto del cinema di Werner Herzog. Ma vi trovo anche tutte le ragioni che spiegano perché questo libro sia rimasto così a lungo fuori catalogo.

 

Si tratta del diario del viaggio da Monaco a Parigi che Herzog fece tra novembre e dicembre del 1974. Un viaggio a piedi.

Fu una specie di voto laico, che il regista bavarese formulò, nella convinzione che la sua impresa avrebbe contribuito a tenere in vita l’amica Lotte Eisner, nume tutelare del cinema tedesco, malata a Parigi.

 

Dicevo che nel testo c’è molto del cinema di Herzog.

Innanzitutto c’è il suo rapporto con la natura, intenso ma ambiguo.

Da un lato, la sua capacità di coglierne la bellezza e la varietà, anche nei dettagli meno appariscenti del paesaggio coltivato.

Dall’altro, secondo la grande lezione del romanticismo tedesco, c’è l’emergere dell’aspetto terribile della natura, che si esprime soprattutto nella successione di bufere di neve che accompagna tutto il viaggio.

E così viene fuori il tema della lotta dell’uomo con la natura, talvolta lotta per la sopravvivenza, talaltra sfida ai limiti dell’assurdo, come in tanti personaggi di Herzog (basti pensare ad Aguirre).

Poi c’è il rapporto del regista con l’umanità, la sua attenzione per la marginalità, un’attenzione forte, ma anch’essa ambigua: fatta di immedesimazione, ma anche di cinismo, almeno apparente (basti pensare ai nani di Anche i nani hanno cominciato da piccoli ).

Nel viaggio da Monaco a Parigi l’immedesimazione è diretta. Herzog durante la giornata fugge paesi e strade, preferendo campagne e sentieri, sentendosi “braccato” dalla polizia (come non pensare al protagonista Stroszek, l’attore dilettante vagabondo nel film e nella vita?).

La notte generalmente Herzog dorme in case vuote, entrandovi abusivamente, lasciandole senza alcun senso di gratitudine verso i malcapitati proprietari (“la sveglia che avevo poi trovato faceva un tic-tac così rumoroso nella casa che avevo appena lasciato, che sono tornato a prenderla e l’ho buttata, quand’ero più avanti, in uno sterpeto”).

Poi c’è la percezione visionaria di luoghi e persone, che talvolta – come in Cuore di vetro - si trasforma in sogni (o incubi) ad occhi aperti, o in sceneggiature per film a venire.

 

Ma, come dicevo, nel volume ci sono anche le ragioni che possono giustificare la perplessità di tanti lettori.

Non a caso, come il cinema di Herzog viene definito “anti-narrativo”, così il libro è stato definito “anti-letterario”.

Non entro nel merito di questa definizione. Ma, certo, ci sono passi che è difficile “digerire”.

Ne riporto alcuni, precisando che queste e altre “chicche” non bastano a togliere interesse al libro, che rimane un documento imprescindibile sulla sensibilità di un regista straordinario.

E aggiungo che – forse – qualche responsabilità c’è l’ha anche il traduttore.

 

“Le colline si fanno più basse, ma hanno altra scelta?”.

“Mangiando un sandwich ho mangiato per errore anche un estremo della mia sciarpa”.

“I mandarini mi rendono euforico”

 “La coazione coartava entrambi”.

“Una simile fiducia sulla faccia delle pecore nella neve non l’ho mai vista”.

postato da: Eccardo alle ore 19:09 | link | commenti (11)
categorie: spigolature letterarie, cine-visioni
domenica, 01 giugno 2008

TUTTO IL MONDO E' PAESE

La prima (e ultima) volta che ho ascoltato per intero La Montanara, è stato nella piazza principale di Bamberga, durante la “Stadtfest”.

La “festa della città” è un evento estivo diffuso in tante città tedesche: tutta la popolazione, senza distinzione di età e condizione sociale, si riversa nelle strade del centro storico, confondendosi con i turisti in un clima di festa, favorito dalla birra, ma privo degli eccessi da Oktoberfest.

 

L’esecuzione di quel brano a Bamberga  mi ha fatto pensare alla presenza di una comunità di emigrati italiani.

Ma Bamberga aveva già qualcosa di italiano.

Un quartiere della città, fatto di case di pescatori arroccate sugli isolotti che separano i due rami del fiume, è chiamato “piccola Venezia” (Klein Venedig).

Nella Judenstrasse e nella Concordia Strasse si trovano due infilate di palazzi costruiti nel Settecento in stile veneziano e genovese.

Bamberga è cattolica, anche se si trova al centro di una zona protestante, la Franconia, la regione più settentrionale del Land di Baviera.

Bamberga, infatti, è stata per secoli una città-stato governata da principi-vescovi.

Ovunque, anche nei dintorni, sorgono chiese barocche affrescate o progettate da maestri italiani.

 

Ma su tutti i monumenti spicca il Duomo, un perfetto connubio di Romanico e Gotico.

Lungo la navata nord si trova la splendida statua di un cavaliere, presentata spesso come la migliore rappresentazione iconografica dell’“uomo ideale” del Medioevo cristiano.

Un uomo ideale che, manco a dirlo, se aveva indubbiamente connotati cristiani, non aveva nessun connotato nazionale. Quasi a ricordare che – allora non meno di ora – (quasi) tutto il mondo era paese.

 

 

 

cavaliere

  

postato da: Eccardo alle ore 07:52 | link | commenti (4)
categorie: genius loci