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domenica, 22 giugno 2008

ISTRUZIONI SPIRITUALI

Le Istruzioni spirituali sono l’introduzione ideale al pensiero di Johannes Eckhart (1260ca. - 1328 ca.).

Noto come Maestro Eckhart, è il maggiore esponente della cosiddetta “mistica speculativa” cristiana.

Fiorita nel medioevo tedesco, la mistica speculativa, rifiutando esperienze e stati eccezionali, si propone come “vera” filosofia e, dunque, come “vera” religione.

 

Il breve trattato è disponibile nella raccolta dal titolo Dell’uomo nobile (Adelphi, 20043), curata da Marco Vannini , il maggiore studioso italiano di Eckhart.

Il volume contiene altri tre brevi trattati: Del distacco, Il libro della consolazione divina, Dell’uomo nobile.

Si tratta di quattro variazioni sul tema del “distacco” come condizione perché l’uomo raggiunga il fondo della propria anima e vi lasci penetrare lo Spirito. 

Sulla scorta del Vangelo di Giovanni e della mistica greca, Eckhart elabora una teologia negativa, in cui “Dio è un ente solo per i peccatori”.

 

A seguire alcuni passi.

 

 “Beati i poveri in ispirito”, ossia nella loro volontà… “Chi vuole seguirmi rinunci a se stesso”… Vigila dunque su di te, e non appena trovi te stesso, rinuncia al tuo io; questa è la cosa migliore che tu possa fare.

 

Quando l’angelo apparve alla vergine Maria, non fu ciò che ella disse o ciò che disse lui a renderla madre di Dio, fu piuttosto quando ella rinunciò alla propria volontà che divenne immediatamente vera madre del Verbo eterno e subito concepì Dio.

 

Dio non si dona mai e non si è mai donato a una volontà estranea. Egli non si dona che alla propria volontà. Dove Dio trova la sua propria volontà, là egli si dona e penetra con tutto quello che è. Più noi ci spogliamo di ciò che è nostro, più ci immettiamo nella volontà di Dio.

 

Ci rimane un’opera che è nostra e solamente nostra: l’annullamento di noi stessi…. Infatti su nient’altro è fondato il nostro essere se non sull’annullamento di noi stessi.

 

Il distacco è così vicino al nulla, che nulla è tanto sottile da poter trovare ricetto nel distacco, se non Dio solo.

 

Sappilo: essere vuoto di ogni creatura è essere pieno di Dio, ed essere pieno di ogni creatura è essere vuoto di Dio..

765482[1]

 

postato da: Eccardo alle ore 16:17 | link | commenti (11)
categorie: epifanie, la consolazione della filosofia
domenica, 15 giugno 2008

TRIVENETO

Tutti sappiamo che la matematica non è un’opinione. Ma l’oggettività della geografia è più controversa.

E passo subito ad offrire un esempio di percezione soggettiva di un’area geografica.

 

Il Triveneto.

Tre regioni unificate dalla propaganda risorgimentale, che amava trovare analogie tra Venezia e le regioni “irredente”.

Ma forse la verità è che i  rapporti tra le tre regioni non sono "analogici". Sono, piuttosto, dialettici.

 

Il Veneto.

Fino a tutto il Settecento il Veneto è Venezia .

Una grande capitale aperta al mondo, dietro la quale si nascondeva un immenso retroterra che giunge fino a Bergamo: una campagna infinita, che tale rimase fino a buona parte del Novecento, che vedeva una regione ancora agricola, in cui tutti parlavano il dialetto come prima lingua e votavano disciplinati la DC.

Poi venne il c.d. Miracolo del Nordest, e, dopo secoli, i rapporti di forza si invertirono. L’entroterra veneto è diventato uno dei motori dello sviluppo industriale del Paese, mentre l’antica capitale si riduceva ad una specie di cartolina vivente (o morente).

Ma la metamorfosi è stata troppo rapida, e nel tessuto sociale si avvertono strappi tremendi: le cronache – anche recenti - ce lo confermano, con le loro storie di violenza.

 

Il Trentino-Alto Adige.

Ovvero il luogo di incontro (e talora di scontro) tra mondo mediterraneo e mondo tedesco.

E, insieme, il luogo della conservazione e dell’innovazione, della tradizione e dell’efficienza.

Un po’ l’antitesi del Veneto.

Se là uno sviluppo troppo veloce ha fatto “tabula rasa” del passato, qui il passato è un patrimonio bene amministrato.

 

Il Friuli Venezia-Giulia.

Ha qualcosa del Veneto e qualcosa del Trentino-Alto Adige.

Come il Veneto ha un capoluogo decentrato e decaduto, come il Trentino è luogo di incontro fra civiltà.

Curioso e complesso è il mix tra sviluppo e arretratezza, città e campagna, tradizione e modernità.

 

Insomma, se il Veneto è la tesi, e il Trentino l’antitesi, il Friuli Venezia Giulia potrebbe essere la sintesi.

“Potrebbe”. Perché la geografia è un’opinione.
postato da: Eccardo alle ore 06:35 | link | commenti (5)
categorie: genius loci
domenica, 08 giugno 2008

SENTIERI NEL GHIACCIO

Herzog

Grazie ad una dritta del Caporale, scopro che l’editore Guanda ha appena ripubblicato Sentieri nel ghiaccio del regista Werner Herzog, volumetto che da tempo risultava introvabile.

 

Così finalmente lo leggo. Vi trovo molto del cinema di Werner Herzog. Ma vi trovo anche tutte le ragioni che spiegano perché questo libro sia rimasto così a lungo fuori catalogo.

 

Si tratta del diario del viaggio da Monaco a Parigi che Herzog fece tra novembre e dicembre del 1974. Un viaggio a piedi.

Fu una specie di voto laico, che il regista bavarese formulò, nella convinzione che la sua impresa avrebbe contribuito a tenere in vita l’amica Lotte Eisner, nume tutelare del cinema tedesco, malata a Parigi.

 

Dicevo che nel testo c’è molto del cinema di Herzog.

Innanzitutto c’è il suo rapporto con la natura, intenso ma ambiguo.

Da un lato, la sua capacità di coglierne la bellezza e la varietà, anche nei dettagli meno appariscenti del paesaggio coltivato.

Dall’altro, secondo la grande lezione del romanticismo tedesco, c’è l’emergere dell’aspetto terribile della natura, che si esprime soprattutto nella successione di bufere di neve che accompagna tutto il viaggio.

E così viene fuori il tema della lotta dell’uomo con la natura, talvolta lotta per la sopravvivenza, talaltra sfida ai limiti dell’assurdo, come in tanti personaggi di Herzog (basti pensare ad Aguirre).

Poi c’è il rapporto del regista con l’umanità, la sua attenzione per la marginalità, un’attenzione forte, ma anch’essa ambigua: fatta di immedesimazione, ma anche di cinismo, almeno apparente (basti pensare ai nani di Anche i nani hanno cominciato da piccoli ).

Nel viaggio da Monaco a Parigi l’immedesimazione è diretta. Herzog durante la giornata fugge paesi e strade, preferendo campagne e sentieri, sentendosi “braccato” dalla polizia (come non pensare al protagonista Stroszek, l’attore dilettante vagabondo nel film e nella vita?).

La notte generalmente Herzog dorme in case vuote, entrandovi abusivamente, lasciandole senza alcun senso di gratitudine verso i malcapitati proprietari (“la sveglia che avevo poi trovato faceva un tic-tac così rumoroso nella casa che avevo appena lasciato, che sono tornato a prenderla e l’ho buttata, quand’ero più avanti, in uno sterpeto”).

Poi c’è la percezione visionaria di luoghi e persone, che talvolta – come in Cuore di vetro - si trasforma in sogni (o incubi) ad occhi aperti, o in sceneggiature per film a venire.

 

Ma, come dicevo, nel volume ci sono anche le ragioni che possono giustificare la perplessità di tanti lettori.

Non a caso, come il cinema di Herzog viene definito “anti-narrativo”, così il libro è stato definito “anti-letterario”.

Non entro nel merito di questa definizione. Ma, certo, ci sono passi che è difficile “digerire”.

Ne riporto alcuni, precisando che queste e altre “chicche” non bastano a togliere interesse al libro, che rimane un documento imprescindibile sulla sensibilità di un regista straordinario.

E aggiungo che – forse – qualche responsabilità c’è l’ha anche il traduttore.

 

“Le colline si fanno più basse, ma hanno altra scelta?”.

“Mangiando un sandwich ho mangiato per errore anche un estremo della mia sciarpa”.

“I mandarini mi rendono euforico”

 “La coazione coartava entrambi”.

“Una simile fiducia sulla faccia delle pecore nella neve non l’ho mai vista”.

postato da: Eccardo alle ore 19:09 | link | commenti (7)
categorie: spigolature letterarie, cine-visioni
domenica, 01 giugno 2008

TUTTO IL MONDO E' PAESE

La prima (e ultima) volta che ho ascoltato per intero La Montanara, è stato nella piazza principale di Bamberga, durante la “Stadtfest”.

La “festa della città” è un evento estivo diffuso in tante città tedesche: tutta la popolazione, senza distinzione di età e condizione sociale, si riversa nelle strade del centro storico, confondendosi con i turisti in un clima di festa, favorito dalla birra, ma privo degli eccessi da Oktoberfest.

 

L’esecuzione di quel brano a Bamberga  mi ha fatto pensare alla presenza di una comunità di emigrati italiani.

Ma Bamberga aveva già qualcosa di italiano.

Un quartiere della città, fatto di case di pescatori arroccate sugli isolotti che separano i due rami del fiume, è chiamato “piccola Venezia” (Klein Venedig).

Nella Judenstrasse e nella Concordia Strasse si trovano due infilate di palazzi costruiti nel Settecento in stile veneziano e genovese.

Bamberga è cattolica, anche se si trova al centro di una zona protestante, la Franconia, la regione più settentrionale del Land di Baviera.

Bamberga, infatti, è stata per secoli una città-stato governata da principi-vescovi.

Ovunque, anche nei dintorni, sorgono chiese barocche affrescate o progettate da maestri italiani.

 

Ma su tutti i monumenti spicca il Duomo, un perfetto connubio di Romanico e Gotico.

Lungo la navata nord si trova la splendida statua di un cavaliere, presentata spesso come la migliore rappresentazione iconografica dell’“uomo ideale” del Medioevo cristiano.

Un uomo ideale che, manco a dirlo, se aveva indubbiamente connotati cristiani, non aveva nessun connotato nazionale. Quasi a ricordare che – allora non meno di ora – (quasi) tutto il mondo era paese.

 

 

 

cavaliere

  

postato da: Eccardo alle ore 07:52 | link | commenti (4)
categorie: genius loci
domenica, 25 maggio 2008

LA MORTE E' CERTA

Sempre scartabellando tra gli atti notarili del paese avito mi imbatto in un curioso testamento.

Il documento, datato 20 giugno 1712, mi pare uno straordinario spaccato della religiosità “controriformistica” che informava la gente del paese.

Il testo comincia con la premessa di rito: il testatore, “considerando che la morte è certa, mà l'hora di questa incerta”, intende“disponere delle sue facoltà, acciò non nascano contese trà suoi posteri”. 

Perciò “prima raccomanda l’Anima sua all’Altissimo Dio Padre, Figliuolo, et Spirito Santo, alla…. sempre vergine Maria et à tutta parte celeste Amen”.

Fatte queste premesse, “detto Testatore ha instituito et nominato, et instituisce e con la propria bocca nomina in suo erede et successore universale [..] al quale lascerà doppo di se in tempo di morte l’Altare del Santo Rosario eretto nella Chiesa Parrocchiale”.

L’Altare sarà dunque l’unico erede del testatore, ma avrà l’obbligo di far celebrare “tante messe conforme l’intentione del testatore medesimo quante ne copriranno li due terzi dell’annuo reddito” dell’eredità.

Il restante terzo delle rendite è “di piena raggione” dell’Altare, il quale ne potrà disporre liberamente.

Sui beni ereditari, inoltre, graverà l’usufrutto vitalizio a favore della moglie del testatore, Elisabetta, la quale “sia, et esser debba Madonna, Patrona, et Usufruttuaria di tutta l’hereditàsua vita durante”, ad una sola condizione: “restando però Vedova casta, et honesta all’ombra del Marito”.

Il testamento si conclude con due legati, il primo dei quali è a favore dei sei fratelli maschi del testatore (Giovanni, Antonio, Bartholomeo, Francesco, Pietro, oltre al defunto Giaccomo), ovvero dei loro figli maschi.

Oggetto del lascito è “una pezza di terra prativa, castigniva”, “da conseguirsi però solamente dopo terminato l’usufrutto della predetta Elisabetta”, ovvero dopo la morte della vedova.

Il secondo legato, invece, è disposto “in rimedio dell’Anima sua”, in quanto gli eredi dovranno fra celebrare “messe n. cinquanta” in suffragio del testatore, “per una sola volta e queste immediatamente”.

Insomma, nel testamento ci sono ben due clausole a rimedio dell’anima del testatore (l’istituzione di erede a favore dell’Altare con la devoluzione in messe di due terzi delle rendite e ulteriori cinquanta messe a titolo di legato).

Saranno bastate a raggiungere lo scopo?

postato da: Eccardo alle ore 19:07 | link | commenti (6)
categorie: storie locali
domenica, 18 maggio 2008

FATTO E DIRITTO

Nel paragrafo 35, lettera m), della sua monumentale Dottrina pura del diritto, Hans Kelsen, trattando di una questione molto specifica (la differenza tra nullità e annullabilità) introduce un paragone, che ben si presta a illustrare la sua intuizione fondamentale.

“Il diritto è come Re Mida ”, scrive Kelsen. “Come tutto ciò che questi toccava si tramutava in oro, così tutto ciò cui il diritto si riferisce assume carattere giuridico”.

 

Ci si potrebbe chiedere se valga anche il reciproco.

Mi spiego.

E’ pacifico che, secondo il mito di Re Mida, sulla terra ci sia posto anche per oro che non sia stato creato dal contatto con Re Mida.

Secondo Kelsen è invece pacifico che, senza l’intervento del legislatore, non ci siano fatti che possano avere una rilevanza giuridica. Insomma, non c’è nulla che abbia una giuridicità “intrinseca”.

Nell’affermare ciò, Kelsen prende le distanze prima di tutto dal c.d. giusnaturalismo, secondo il quale ci sono fatti che sono intrinsecamente giuridici (ad esempio, il matrimonio tra un uomo e una donna) e fatti che sono intrinsecamente antigiuridici (ad esempio, il matrimonio tra due uomini), a prescindere da quanto decidano le assemblee parlamentari.

Ma, nel contempo, Kelsen prende le distanze anche dal c.d. realismo giuridico, secondo il quale il rilievo giuridico (o antigiuridico) di una condotta può venir meno attraverso la disapplicazione della norma, così come una prassi (cioè un fatto), a determinate condizioni, può diventare diritto, a prescindere, ancora una volta, dalla volontà del legislatore.

 

Eppure i casi di “cortocircuito” tra fatto e diritto non si contano.

Due esempi dalla mia piccola esperienza quotidiana.

Infortunio mortale sul lavoro. Due signore si affidano allo stesso studio legale per chiedere al datore di lavoro il risarcimento dei danni. Entrambe si qualificano come “conviventi” del defunto. La “coppia di fatto” e i suoi incerti confini…

Una lavoratrice minaccia una causa ad un’imprenditrice, chiedendole di riconoscere il rapporto di lavoro di fatto instaurato alcuni anni prima.

L’imprenditrice risponde chiedendo a sua volta il riconoscimento di un rapporto di lavoro di fatto, riferito ad un periodo precedente, in cui l’attuale lavoratrice era imprenditrice e l’attuale imprenditrice era disoccupata.

Così emerge che tra le due si sarebbe instaurata una società di fatto, allo scopo di assicurare la continuità di fatto di un’impresa solo formalmente cessata.

 

Ma, a questo punto, il richiamo al più grande giurista austriaco e alla sua concezione del diritto appare fuori luogo.

Forse alcuni “cortocircuiti” sono solo una manifestazione del genio italico.

postato da: Eccardo alle ore 19:15 | link | commenti (9)
categorie: diritto e rovescio, la consolazione della filosofia
domenica, 11 maggio 2008

POST HOC, PROPTER HOC

“Sono caduto con gli sci”.

Così, mentre si reggeva a malapena su una stampella, giustificava l’ingessatura della gamba a tutti quelli che, uscendo dalla scuola, gli ripetevano la stessa domanda.

 

Ma uno dei tanti che gli rivolsero la domanda quel giorno provò uno strano brivido.

 

“Che cosa c’è di più banale di tutto questo?” si chiese l’amico quella sera, prima di prendere sonno.

E intanto, come in un film, gli scorrevano davanti agli occhi tante altre immagini, il ricordo di situazioni altrettanto banali, che – ora lo comprendeva – si erano impresse nella sua memoria con una straordinaria nitidezza.

 

Ripensò alla sua voglia di condividere, e al suo frequente cullarsi nel sogno che quella condivisione potesse proiettarsi lungo l’arco di una vita.

“Ora tutto mi è chiaro” – pensò. “Ma perché proprio ora?”.

 

Gli tornò alla mente la frase che il professore di latino gli aveva insegnato quella mattina.

Una frase enunciata solo per mandare a memoria un paio di preposizioni: “Post hoc ergo propter hoc - dopo di questo, perciò a causa di questo”.

Come a suggerire che se due eventi - anche diversissimi - si succedono nel tempo, il nesso cronologico potrebbe nascondere un nesso eziologico.

Insomma, se una cosa viene subito dopo un’altra, ecco che bisogna domandarsi se non sia stata causata da quella che l’ha preceduta.

Dunque doveva insistere nel cercare un nesso tra la sua improvvisa intuizione e l’episodio del mattino, in cui aveva visto l’amico trascinarsi a fatica con quel gesso.

 

E fu così che comprese tutto.

Quell’immagine gli suggeriva la fragilità.

Questo in lui vedeva, e non da oggi, anche se mai così chiaramente come oggi.

Era la fragilità che in lui aveva sempre colto, accolto, amato… fino a pensare di non poterne più fare a meno.

Era la stessa fragilità che in se stesso rifiutava.

 

postato da: Eccardo alle ore 09:00 | link | commenti (5)
categorie: ritratti
domenica, 04 maggio 2008

VENEZIA, TRA ESOTISMO E STORIA

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                                                                                                                                          FOTO DI ECCARDO

Il frate cappuccino che nel 1685 si prese la briga di pubblicare la prima storia del paese in cui abito pensò bene di inserirvi un elenco dei “signori che habbino dominato” il luogo.

La lunga lista comincia con un trentennio di governo dei Consoli Romani, collocabile “dal 3907 al 3937 dalla Creazione”.

Seguono 522 anni di dominio degli Imperatori Romani.

Quindi il centro del potere comincia a vagare senza posa per l’Italia e per l’Europa (dalla Francia alla Germania, da Bisanzio alla Sicilia, da Pavia a Piacenza,  da Milano a Verona…).

La giostra si ferma solo con la conquista veneziana, avvenuta nel 1426. Da qui comincia un periodo di stabilità politica che, con soli 3 anni di interruzione, dura “fino al presente”, cioè al 1685.

 

Considerando che quel dominio continuerà ancora per più di un secolo, ne risultano ben 368 anni di governo di Venezia. 

Per completare i conti dobbiamo poi considerare il periodo che va dal 1870 (Roma capitale del Regno d’Italia) ad oggi, così che gli anni di governo di Roma sarebbero in tutto 690.

Da questa singolare contabilità risulta pertanto che Roma, in più di duemila anni di storia, è stata capitale meno del doppio di Venezia, e con un tasso di stabilità istituzionale di gran lunga inferiore.

 

Questo dato dovrebbe indurci a guardare Venezia da una prospettiva un po’ diversa da quella che ci propongono le cartoline.

Un luogo esotico, certo, ma di un esotico che ci riguarda e che, in qualche misura, ci appartiene.

A proposito di esotismo e di storia veneziana, mi vengono in mente tre luoghi simbolo.

 

Quanto alla storia, penso alla basilica dei santi Giovanni e Paolo, luogo di sepoltura dei Dogi.

La successione dei loro sarcofagi lungo le pareti dell’ampia navata è, insieme, un compendio di storia politica e di storia dell’arte.

 

Quanto all’esotismo, penso all’Isola di San Lazzaro degli Armeni, raggiungibile con un piccolo motoscafo e sede di un monastero armeno, con un museo piuttosto curioso, con tanto di mummie egizie.

Stando a quanto racconta la guida ai visitatori, su quest’isoletta sarebbe approdato perfino Josef Stalin, che vi avrebbe lavorato come campanaro. Almeno fino a quando non ne fu cacciato, reo di ostinarsi a suonare le campane al modo georgiano.

 

Da ultimo, una chicca rilkiana.

E’ la chiesa di Santa Maria Formosa, menzionata nella Prima Elegia Duinese.

Pare che il poeta, visitandola, fosse stato colpito da un’iscrizione funebre:

vixi aliis dum vita fuit, post funera tandem non perii, at gelido in marmore vivo mihi

(vissi per gli altri finché fu la vita, ma finalmente dopo la morte non perii, ma nel freddo marmo vivo per me).

 

postato da: Eccardo alle ore 07:21 | link | commenti (5)
categorie: storie locali, genius loci
domenica, 27 aprile 2008

IL CONVERTITO

E chi l’ha detto che i “convertiti” siano tutti fanatici?

Questa legge del contrappasso conosce almeno un’eccezione.

L’eccezione si chiama Olivier Clément.

 

Clément nacque nel 1921 nella Francia profonda, da una famiglia che univa un socialismo pragmatico a reminescenze ugonotte.

Giovane ateo, storico di formazione, Clément si convertì al cristianesimo ortodosso a ventisette anni, dopo l’incontro con alcuni esuli russi e con il pensiero di Nikolaj Berdjaev.

Insegnò all’Istituto Ortodosso di Teologia Saint-Serge di Parigi, pubblicando numerosi saggi, tra i quali un’autobiografia spirituale (L’altro sole, Jaca Book, 1984) e un’agile introduzione all’universo ortodosso, giunta in Italia alla settima edizione (La Chiesa ortodossa, Queriniana, 2005).

 

Olivier Clément – dicevo – è un caso di “convertito” che sa evitare la caduta nel fanatismo.

Si dice spesso che la conversione è rinnegamento di sé. Forse chi sa rinnegare davvero se stesso non ha bisogno di rinnegare anche la storia in cui è radicato.

Con quella storia – che in buona parte è anche la nostra – Clément esige continuamente che la propria fede si confronti.

Da qui l’impressione del lettore di trovarsi di fronte ad un vero campione nella virtù meno coltivata da troppi teologi: l’onestà intellettuale.

A seguire, un piccolo assaggio dal libro-intervista Memorie di speranza (Jaca Book, 2006).

 

L’uomo occidentale di oggi è talmente arido, talmente fuori di sé, talmente in fuga da se stesso tanto nel bene quanto nel male, che ha bisogno di penetrare il suo stesso corpo e la poesia delle cose, prima di affrontare l’ascesi tradizionale. Questa è fatta per l’uomo delle culture antiche, del silenzio e della lentezza (anche della crudeltà)” (p. 146).

 

La nostra epoca tende a esaltare il corpo, a contatto con gli elementi della natura… Gli antichi Greci conoscevano tutto questo. I kouroi (statue arcaiche di giovani) ne sono uno splendido esempio. Quei corpi vantano la stessa bellezza di giovani platani che si spogliano della loro corteccia. Ma i kouroi non avevano volto. Possiamo dire che il cristianesimo abbia attribuito un volto ai kouros, ma eliminandone in qualche modo i corpi. Credo sia giusto, e in qualche modo auspicabile, reintegrare il corpo, il corpo nella neve, nel mare, nel vento e così via” (p. 195).

 

Il cristianesimo è ancora giovane, il mondo non ha ancora visto né sentito niente. Seppure in minoranza, i cristiani devono radicarsi nello spirituale, al di là della storia, e insieme testimoniare una spiritualità profetica e creatrice, capace di rischiare la storia” (p. 219).

postato da: Eccardo alle ore 05:56 | link | commenti (10)
categorie: ritratti, epifanie
domenica, 20 aprile 2008

QUELLA BARACCA TALVOLTA AL CHIARO DI LUNA

Hillesum

E’ quasi un’anti Anna Frank.

Anche lei giovane ebrea ad Amsterdam all’inizio degli anni Quaranta del Novecento.

Anche lei deportata, anche lei autrice di un diario.

Ma il suo diario è stato pubblicato solo negli Anni Ottanta, perché a molti doveva essere apparso sconcertante.

Basti pensare ad un passo dedicato al campo di smistamento, in cui si evoca “quella baracca talvolta al chiaro di luna, fatta d’argento e d’eternità: come un giocattolino sfuggito alla mano distratta di Dio”.

 

Ma non si deve pensare che Etty Hillesum – così si chiamava – fosse un’ingenua.

Fin dalle prime pagine è chiarissima la sua percezione della tragedia che incombe sul popolo ebraico, percezione favorita dalla sua posizione sociale privilegiata (“la nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte, presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi”).

Ma la percezione si accompagna alla volontà strenua di leggere la tragedia come un’occasione paradossale di libertà, la libertà di accettare il destino, un “destino di massa”, in cui Etty risolve la propria fortissima individualità.

 

Il presupposto di questa evoluzione interiore consiste in una intensa storia d’amore, che, nonostante i suoi connotati molto sensuali, indica ad Etty una più alta dimensione dell’amore (“il mio essere si sta trasformando in un’unica grande preghiera per lui. E perché solo per lui? Perché non anche per gli altri?”).

Significativo è anche il continuo confronto con tante pagine di Rilke, accompagnato dal timore di non poter vivere abbastanza per leggerne l’intera opera (“mi rendo conto sempre di più che Rilke è stato uno dei miei più grandi educatori in quest’ultimo anno").

Misticismo? Probabilmente. Ma Etty ammonisce: “le cose devono poter essere chiamate per nome, e se non reggono a questa prova non hanno diritto di esistere. Spesso si cerca di salvarle con una sorta di vago misticismo. Il misticismo deve fondarsi su un’onestà cristallina: quindi prima bisogna aver ridotto le cose alla loro nuda realtà”.

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categorie: spigolature letterarie